1 settembre 2010

Via Berlusconi… e poi ?

In questa calda estate italiana anche la politica si è surriscaldata non solo per la litigiosità all’interno della maggioranza di governo e le polemiche riguardanti la terza carica dello Stato, ma anche e soprattutto per l’antiberlusconismo che approfittando della debolezza della maggioranza ha ripreso vigore. Le accuse al governo Berlusconi non si sono limitate a questo o quel provvedimento, ma hanno investito tutta la politica da esso perseguita. Ad alzare la voce sono stati soprattutto i leader dei due principali partiti d’opposizione, ossia Bersani del Partito democratico (PD) e Di Pietro dell’Italia dei Valori (IdV), che hanno gridato all’unisono «vogliamo cacciare via Berlusconi».
Il dissenso è il sale della politica e perciò guai se non ci fosse. Non solo legittima, quindi, la critica a Berlusconi e al suo governo, ma anche doverosa, perché anche in questo modo si contribuisce a correggerne eventuali errori, esitazioni, incapacità di risolvere i problemi del Paese e migliorarne le prestazioni. Con le critiche viscerali e grottesche di quest’estate, però, la critica politica è scaduta a furia distruttiva, a contestazione fine a sé stessa, a inganno mediatico, dimenticando ad esempio che grazie all’oculata politica del governo l’Italia si è comunque salvata da un disastro annunciato a causa della crisi finanziaria ed economica mondiale. Certo, i problemi da risolvere sono ancora moltissimi e non di poco conto, ma attenti a bloccare il processo riformatore in atto perché si rischia di peggiorare la situazione invece di sanarla.
Se per cambiare in meglio l’Italia bastasse far cadere il governo Berlusconi, sarei il primo a volerne la fine con un voto di sfiducia in Parlamento. Ma invocare semplicemente l’uscita di scena di Berlusconi («Vorrei un’Italia senza Berlusconi», Bersani) o chiedere una specie di sollevazione popolare alla Di Pietro per «cacciare via Berlusconi» senza contrapporgli alcun progetto politico realistico significa fare solo dell’antipolitica rabbiosa e inconsistente.
Già un’alleanza anti Berlusconi è irrealistica, perché persino all’interno del maggiore partito d’opposizione non sono pochi coloro che fanno osservare che per sfiduciare Berlusconi «sono essenziali Fini e Casini» (Enrico Letta), e non c’è dubbio che entrambi, per quanto antiberlusconiani, non entrerebbero mai in un’alleanza costruita unicamente «per mandare a casa Berlusconi». Inoltre, almeno Fini sa benissimo che è stato eletto all’interno della maggioranza di governo e l’elettorato mal sopporterebbe un tradimento del mandato ricevuto.

Non basta sognare… per governare!

Nella sinistra, colui che meglio sembra aver capito la situazione è forse Walter Veltroni, non tanto come ex leader, esautorato a suo tempo nel suo stesso partito per il fallimento del suo progetto politico, quanto come poeta visionario che spera si concluda rapidamente l’era Berlusconi e ne cominci un’altra senza di lui per avere finalmente «un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico». Veltroni dimentica che spesso l’ottimo (in teoria) che si vorrebbe è spesso nemico del bene (che si riesce a produrre).
Inoltre, la visione veltroniana della politica italiana sarebbe condivisibile se non fosse inficiata da un pregiudizio grossolano: sembrerebbe infatti che solo la sua parte politica sia detentrice di valori e progetti, mentre la parte avversa sarebbe solo dominata da «passioni tristi». Ciononostante, pur auspicando che l’attuale governo termini presto, sul metodo Veltroni si dimostra più avveduto di Bersani e Di Pietro, perché non crede in una sorta di «santa alleanza contro Berlusconi», ma rimane dell’idea che «le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica». Evidentemente anch’egli si rende conto che l’opposizione attuale non è pronta per l’alternativa perché non ha un progetto politico credibile. E in ogni caso, per essere avvalorato dovrebbe passare al vaglio degli elettori, gli unici, in democrazia, a decidere pagelle di merito e demerito.

Alcune domande

Date queste premesse, alcune domande mi sorgono spontanee. Non sarebbe preferibile, invece di sprecare enormi energie e ingiustificate perdite di tempo, lasciare che il governo legittimo in carica realizzi il suo programma, che può non piacere a Bersani, a Di Pietro, a Veltroni e compagni, ma che sembra ancora piacere alla maggioranza del popolo italiano? Il ruolo delle opposizioni è davvero quello di azzoppare e mandare a casa i governi legittimi in carica o piuttosto quello di contribuire anch’esse, con critiche e proposte, alla soluzione dei problemi del Paese? E infine, non è davvero segno di arroganza, ergersi così facilmente a giudici persino dell’intelligenza o della buona fede di chi ha votato Berlusconi?
Tra i molti detrattori di Berlusconi e del suo governo, non sono da meno alcuni deputati e senatori eletti all’estero. Recentemente l’on. Razzi, eletto proprio in Svizzera, oltre a darsi lo slogan «mai più Berlusconi e chi per esso», ha detto di vergognarsi «di quanto si dice all’estero sul conto degli italiani, del PdL e del suo capo». Forse Razzi e compagni dovrebbero chiedersi, onestamente, quanta parte di responsabilità hanno essi stessi in questa immagine negativa del governo italiano e dell’Italia, visto che non fanno altro che denigrare tutto quanto il governo fa o non fa, dimenticandosi che ogni realtà a ben vedere ha almeno due facce.

Giovanni Longu

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