7 febbraio 2010

Corsi e discorsi - Corsi di lingua e cultura italiane in Svizzera

Credo che non ci sia mai stato in Italia un governo che abbia stilato un bilancio di previsione delle spese accettato senza obiezioni da maggioranza e minoranza. E’ una costante del gioco delle parti che l’opposizione al governo si dichiari sempre insoddisfatta della ripartizione delle risorse disponibili tra i vari capitoli di spesa che comporta il bilancio dello Stato. Non fa eccezione a questa regola nemmeno l’attuale opposizione.
Del resto, persino all’interno dello stesso governo (e questo vale in generale per qualsiasi governo in qualunque Paese) c’è sempre questo o quel ministro che non accetta di buon grado che la fetta di risorse assegnata al suo ministero sia inferiore a quanto chiesto. E’ dunque «normale» che il bilancio dello Stato, soprattutto nella parte dei tagli o delle minori risorse disponibili, non soddisfi tutti, non solo nella minoranza ma nemmeno nella stessa maggioranza.
I tagli fanno male
D’altra parte, è inevitabile che ciò accada, soprattutto ora, perché da decenni ormai le entrate degli Stati tendono a diminuire (soprattutto nei periodi di crisi) mentre i bisogni continuano a crescere. Lo scontento da parte di chi non riesce a soddisfarli tutti è dunque comprensibile, anche se dovrebbe risultare accettabile, in linea di principio, che lo Stato non può venire incontro a tutti i richiedenti il suo intervento.
Fatta questa premessa, personalmente non trovo niente di scandaloso che anche in emigrazione (almeno in Svizzera) ci si lamenti dei tagli operati dal governo italiano (anche se il bilancio dello Stato è sempre approvato dal Parlamento, che ne è dunque il vero responsabile) in diversi capitoli di spesa. Trovo anzi legittimo e persino doveroso interrogarsi se certi tagli, ad esempio nel settore della scuola e della cultura in generale, siano opportuni, soprattutto alla luce di principi o idealità più che lodevoli, quali la diffusione nel mondo di una immagine positiva dell’Italia e il rafforzamento della presenza culturale italiana. Chi non vede che ogni volta che si riducono gli investimenti nella scuola e nella cultura si rischia di provocare danni irreparabili? I tagli, si sa, fanno sempre male, anche quando certe amputazioni possono salvare la vita.
In realtà, di fronte a qualunque tipo di riduzione di risorse destinate all’estero, agli interrogativi legittimi vien dato solo un tipo di risposta: è colpa del governo gretto e miope, incapace di valorizzare l’immenso patrimonio di risorse rappresentato dagli italiani all’estero, dalle loro associazioni, dalle loro rappresentanze, dai corsi di lingua e cultura italiane, ecc. Sarebbe invece opportuno più che cercare responsabilità (nel campo politico avverso) sforzarsi di analizzare le situazioni più critiche al fine di individuare vie d’uscita e soluzioni di ampio respiro, senza dover ricorrere sempre e solo all’assistenza dello Stato.
I corsi di lingua e cultura italiane in Svizzera
Prendiamo ad esempio lo stato dei corsi di lingua e cultura italiane in Svizzera, duramente colpiti nell’ultimo anno da importanti tagli, che ha fatto stilare al coordinatore degli Enti gestori Roger Nesti un bilancio poco lusinghiero.
Stando a quanto riportato da alcune agenzie, secondo Nesti, «i tagli ai contributi degli enti gestori hanno destabilizzato il sistema corsi». Più precisamente: «il confronto tra i dati rilevati a inizio dell’anno scolastico 2008/2009 (prima dei tagli) e quelli dell’inizio dell’anno scolastico 2009/2010 (dopo i tagli) evidenzia che in Svizzera sono stati soppressi 164 corsi. Il numero degli alunni è calato da 16.054 a 14.188, con una diminuzione di 1.866 alunni».
Ce n’è quanto basta per far scrivere ai cinque deputati del PD eletti all’estero che «Nesti evidenzia con dati incontrovertibili alcune brucianti verità: la riduzione dei corsi in seguito ai tagli produce una pari riduzione di alunni; l'annuncio dei tagli provoca una disaffezione delle famiglie verso i corsi e una conseguente rinuncia a iscrivere i propri figli; […] la politica dei tagli ha innestato un processo di contrazione degli enti gestori che rischia di essere irreversibile». Inoltre, secondo gli onorevoli Narducci e compagni, «il bilancio del primo anno di tagli sul sistema di insegnamento dell'italiano all'estero offre elementi che vanno al di là della situazione svizzera e riguardano in sostanza l'intera politica di promozione linguistica e culturale dell'Italia nel mondo».
Per fortuna che l’on. Narducci, in premessa di un suo comunicato ammetteva che «valutare lo stato di salute delle scuole italiane all'estero, dopo la batosta dei tagli che nel 2009 ha colpito in particolare i corsi di lingua e cultura italiana, non è certamente opera facile». Ha ragione, è un discorso per nulla facile da affrontare. Ma proprio per questo credo sia opportuno affrontarlo più seriamente, facendo appello anzitutto a un principio di realtà e di razionalità piuttosto che a statistiche, analisi e soprattutto giudizi che rischiano di essere per lo meno affrettati.
Perché diminuiscono gli allievi?
Circa i dati «incontrovertibili» forniti da Nesti non ho ragione alcuna per non ritenerli certi, anche se, per un’analisi approfondita, sono forse insufficienti. Ad esempio, andrebbe vista nel dettaglio la media degli alunni per corso (11,6), perché una cosa è sopprimere un corso con una ventina di allievi e altra sopprimerne due o tre di quattro o cinque allievi ciascuno. Inoltre, quando si parla di allievi, andrebbe anche precisato se si tratta di iscritti o di frequentanti. Una maggiore precisione al riguardo mi pare fondamentale se si vuole affrontare il discorso con un minimo di realismo.
Dell’analisi del Nesti, tuttavia, non sono tanto le cifre presenti o assenti che hanno attirato la mia attenzione quanto il tipo di analisi (oltre alla reazione di alcuni politici dell’opposizione). Ed è su di essa che desidero fare qualche osservazione.
Anzitutto, in generale, noto che manca qualsiasi considerazione sulla «ragionevolezza» o meno dei tagli, alla luce di una visione globale del bilancio dello Stato e dell’esigenza fondamentale di non gravare ulteriormente su un debito pubblico che è già pesantissimo.
Manca anche una visione del problema corsi in un contesto storico, anche solo degli ultimi anni, perché non va dimenticato che da anni ormai se ne parla con toni anche vivaci sia in relazione all’andamento degli alunni e sia all’organizzazione dei corsi e ai relativi costi. Dalla lettura delle agenzie, che sono sempre sommarie, sembrerebbe invece che tutto sia precipitato o stia per precipitare a causa dei tagli dell’attuale governo.
Qualche dettaglio dell’analisi proposta da Nesti mi lascia poi perplesso. Il semplice fatto di costatare tra il 2008/2009 e il 2009/2010 un calo dei corsi e soprattutto degli allievi non autorizza di per sé a stabilire un rapporto di causa effetto tra tagli e riduzione dei corsi. I tagli potrebbero essere eventualmente una concausa e non la causa principale. Senza considerare che gli stessi tagli potrebbero avere una loro giustificazione alla luce anche dell’evoluzione generale degli italiani all’estero e dei bambini in età scolastica.
Per una analisi completa e realistica della situazione svizzera, ritengo che non si possano dimenticare due fenomeni, di cui occorrerebbe tener conto. Il primo è la costante diminuzione dei bambini italiani in età scolastica. Se si considera il gruppo d’età dei cittadini con la sola nazionalità italiana da 0 a 14 anni, si deve costatare una costante diminuzione. Questa classe d’età si è ridotta dal 1998 al 2008 di ben 14.320 persone. Se nel 1998 in questa fascia d’età gli italiani erano 47.020, nel 2008 erano solo 32.700. E la tendenza continua.
Il secondo elemento da tenere in considerazione è che sono sempre più numerosi gli italiani in età scolastica che diventano (anche) cittadini svizzeri, evidenziando in questo modo che la loro prospettiva di vita si situa in Svizzera più che in Italia. Del resto per il 90% i bambini italiani in età scolastica sono nati in Svizzera da genitori generalmente ormai ben integrati. E’ dunque comprensibile che il loro interesse a frequentare i corsi di lingua e cultura italiane tenda a diminuire.
Ripensare la politica culturale italiana all’estero
Anche soltanto sulla base di questi due elementi credo che il sistema dei corsi gestiti direttamente dallo Stato o da Enti Gestori che ne fanno le veci vada ripensato. Non è infatti possibile che un sistema ideato in altri tempi e finalizzato essenzialmente al rientro dei giovani in Italia possa continuare a funzionare sostanzialmente alla stessa maniera.
Si dimentica inoltre che questi corsi erano anche il frutto di un diffuso assistenzialismo dello Stato italiano quando gli emigrati erano di formazione e capacità di reddito ben inferiore a quella di oggi. Credo che una certa «politica culturale» oggi la debbano fare anche gli stessi emigrati e coloro che li rappresentano senza poggiare unicamente sul contributo statale.
Quando si parla di associazionismo attivo e si pretende di valorizzarlo a spese dello Stato, si dimentica che l’essenziale dell’associazionismo è il volontariato, l’intraprendenza e la motivazione. Anche l’italianità, oltre che una caratteristica dello Stato, che ha quindi il compito di proteggere e sviluppare, dovrebbe essere anche sentita come una caratteristica e un bene di tutti gli italiani, compresi quelli che risiedono all’estero, che non meno dello Stato dovrebbero sentire l’obbligo (morale) di difendere e sviluppare, mettendoci magari anche qualcosa di proprio.
Se la lingua e la cultura italiane fossero sentite in questi termini, forse sarebbe più facile trovare soluzioni alternative o complementari anche ai corsi di lingua e cultura, non dimenticando che anche per la Svizzera rappresentano una ricchezza e una risorsa. Trovare sinergie potrebbe rappresentare un’opportunità da studiare e cogliere, tanto più che la nuova legge federale sulle lingue lascia aperto qualche spiraglio in questo senso.
Giovanni Longu
Berna, 7.2.2010

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