4 gennaio 2010

Italiano federale senza illusioni

Il 1° gennaio 2010 entrerà in vigore la legge sulle lingue, ma non produrrà quegli effetti benefici che qualcuno si aspetta, soprattutto tra gli italofoni.
A dubitarne sono in tanti, dall’on. Simoneschi Cortesi, che si chiedeva qualche giorno se esiste ancora la Svizzera plurilingue, all’on. Cassis, per il quale l’italiano rimane in serie B o all’on. Marina Carobbio (ma non è l’unica) che per essere più convincente tra i colleghi del Palazzo deve sacrificare l’italiano a vantaggio del tedesco.
Sono in molti a sostenere che nell’amministrazione federale lo spazio per l’italiano è sempre più ristretto. Non esiste affatto (e non potrebbe esistere) come lingua di lavoro e nemmeno come lingua parlata, anche se nei contatti col pubblico molti servizi d’informazione sono dotati di persone che parlano anche l’italiano. L’italiano è presente quasi esclusivamente come lingua di traduzione e con molti limiti. La nuova legge non migliorerà la situazione.
Anche sulla rappresentanza degli italofoni non bisogna farsi troppe illusioni. Saranno sempre pochi. Negli ultimi dieci anni è ulteriormente peggiorata e dubito che migliorerà dopo l’entrata in vigore della legge sulle lingue. Soprattutto per due ragioni.
La prima: si continua a prendere come riferimento per la rappresentanza delle comunità linguistiche i soli cittadini svizzeri e non l’intera popolazione residente. Errore gravissimo perché in questo modo diventa «equa» una rappresentanza del 4,3% (dato dell’ultimo censimento del 2000) e non superiore come sarebbe se si considerasse l’intera popolazione italofona residente. Ma il 4,3% non potrà mai costituire, in un ufficio federale di dimensioni medie, un gruppo significativo. Anche per questo le istruzioni sul plurilinguismo del 1997 e del 2003 sono rimaste a questo riguardo inapplicate (e inapplicabili).
La seconda ragione per cui non bisogna farsi troppe illusioni è la mancanza di un’autorità indipendente di controllo sul rispetto del plurilinguismo nell’Amministrazione federale. Una proposta in tal senso non è mai stata presa in considerazione. Oggi la Deputazione ticinese rivendica solo un ombudsman, un mediatore, ma non un garante, e intanto ci si deve accontentare di un semplice «consulente per la politica delle lingue nell’amministrazione», il pur bravo Verio Pini.
Mi rendo conto che non è facile chiedere e soprattutto ottenere un’autorità di garanzia, perché creerebbe non poche difficoltà in più di un Dipartimento. Ma è forse più facile accettare l’ipocrisia di avere sotto gli occhi una realtà che non corrisponde alle norme stabilite sul plurilinguismo? E non è forse un’ipocrisia continuare a proclamare l’italiano lingua di lavoro, ben sapendo che non potrà mai esserlo? Quanto potrà fare Verio Pini, a cui faccio i migliori auguri? Non resta che sperare, ma senza illusioni!
Giovanni Longu
LaRegioneTicino, 4.1.2010

1 commento:

  1. E’ più forte la formica o l’elefante?

    L’elefante è in assoluto l’animale che riesce a trascinare il peso più grosso. E’ indiscutbile.
    La formica riesce invece a trascinare un peso 7 volte superiore il proprio peso corporeo, non altrettanto l’elefante.

    Nel discorso delle lingue, in questo caso in Svizzera, si fa riferimento all’italiano come lingua parlata da un certo numero di cittadini o come lingua di lavoro o come utilità in ambito internazionale dell’idioma italico.

    Ebbene l’italiano nel suo piccolo ha un enorme pregio. E’ la lingua più imparata al mondo per il solo piacere di conoscerla o per potersi più facilmente avvicinare al nostro non indifferente patrimonio culturale.

    Forse il mondo educativo svizzero deve proporre anche questa visione ai propri studenti, abbandonando la logica della lingua più o meno utile. Una proposta formativa verso gli studenti futuri cittadini.

    Da quel che ricordo io molti svizzeri-tedeschi imparavano l’italiano per convenienza, per avere una chance in più nel mondo del lavoro ed allora perché non rompere questa logica?
    Perché non abbandonare logiche o utilità e proporre parallelamente anche il piacere del sapere?

    Mi si potrà ed a ragione, rinfacciare che altrettanto si fa e non si fa in Italia. Le lingue più studiate sono l’inglese ed il francese perché utili in ambito lavorativo ed internazionale.
    E su questo altare abbiamo sacrificato il latino, sfrattato non solo dalle scuole medie dove veniva studiato per due misere ore ma financo, udite udite, dai motti militari che accompagnao lo stemma araldico dei reggimenti dell’esercito, miseramente tradotti in italiano.
    Sic transit gloria mundi!

    Nino Alizzi

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