5 agosto 2009

60 anni fa, quando la Svizzera spalancava le porte all’immigrazione italiana

Per parecchi decenni, già nell’Ottocento, ma soprattutto nel Novecento, per molti italiani la Svizzera ha rappresentato una meta ambita per trovare un lavoro e fare fortuna. Ci furono comunque alcuni anni, nell’immediato dopoguerra, in cui la Svizzera ha goduto di un forte potere d’attrazione, anche perché è stata uno dei primi Paesi con cui l’Italia ha potuto concludere un accordo di emigrazione, per di più senza contingenti fissi, a differenza degli altri accordi che prevedevano sempre un numero determinato di lavoratori.
Prima ancora che si concludesse, nel 1948, l’Accordo italo-svizzero d’emigrazione, gli italiani arrivavano in Svizzera a decine di migliaia. Già nel 1946 ne erano giunti quasi 50.000, nel 1947 quasi il doppio e nel 1948 oltre 100.000. E questo nonostante che nel Nord Italia fosse già cominciato il boom economico. Sembrava che la Svizzera fosse in grado di accogliere chiunque avesse voglia di lavorare nell’agricoltura, nell’edilizia, nei servizi domestici, nell’industria. Fu così che oltre gli immigrati «regolari» con tanto di contratto di lavoro, passaporto e visti dell’Ambasciata italiana di Berna, giungevano anche molti «irregolari», ossia col solo passaporto turistico. Per la Svizzera erano tutti benvenuti, purché in possesso di un contratto di lavoro (allora facile da ottenere) e del permesso di soggiorno (anch’esso facile da ottenere se c’era quello di lavoro). A lamentarsene erano le autorità italiane, perché non riuscivano a tenere sotto controllo il flusso migratorio.
Agli italiani immigrati erano garantite condizioni di lavoro e salariali equivalenti a quelle dei lavoratori svizzeri dello stesso ramo e con la stessa qualifica. Ufficialmente non esisteva alcuna discriminazione. Solo in materia di alloggio, la distanza tra svizzeri e italiani era grande, perché gli stagionali dovevano accontentarsi di baracche. Alcune lacune di natura assicurativa vennero colmate con la prima Convenzione sulla sicurezza sociale del 1949.
Con l’Accordo di emigrazione del 1848 e la Convenzione del 1949, l’Italia si era garantita con la Svizzera non solo uno sbocco sicuro per la propria emigrazione («il nostro bisogno di sbocchi è immenso» andava asserendo il ministro del lavoro Amintore Fanfani), ma anche una destinazione vantaggiosa sia per le rimesse degli emigrati e sia per le condizioni di lavoro, retributive e assicurative dei lavoratori.
In occasione dell’approvazione, senza opposizione, della Convenzione sulla sicurezza sociale da parte della Camera dei deputati, il relatore della legge di ratifica così aveva risposto ai pochi dubbiosi: «Permettete che io ricordi che, se è vero che l’accordo tratta quasi esclusivamente delle pensioni di vecchiaia per i superstiti, è anche vero che gli italiani in Svizzera fruiscono di taluni benefici di cui i nostri lavoratori non fruiscono in Italia». E ancora: «Per quanto riguarda gli assegni familiari, il sussidio di disoccupazione e assistenza malattie, il lavoratore italiano ha lo stesso trattamento che viene usato, cantone per cantone, nei diversi cantoni svizzeri al cittadino svizzero. Quindi, il lavoratore italiano che presta la sua opera in Svizzera, ha la stessa tutela che gode il lavoratore elvetico».
Il relatore aveva poi concluso: «Chi conosce la Svizzera sa quale spirito di cordialità essa ha verso l’Italia; chi, come me, vive alle frontiere con la Svizzera, ha sentito vicino il cuore degli elvetici in momenti tutt’altro che facili per noi italiani e sa che effettivamente, con questo accordo, la Svizzera ha fatto con noi un atto di rinsaldata amicizia nel campo del lavoro».
Occorre ricordare che la manodopera italiana che entrava in Svizzera nei primi anni del dopoguerra era soprattutto stagionale, ma non andava allo sbaraglio. Nelle principali destinazioni ritrovava facilmente connazionali e addirittura corregionali perché gli italiani residenti stabilmente erano alla fine della guerra circa 100.000, in maggioranza provenienti dal Nord Italia come i nuovi immigrati. Anche questa vicinanza contribuiva a sdrammatizzare la condizione dell’emigrante lontano da casa.
La stampa italiana e gli emigrati
La stampa italiana del dopoguerra non s’interessò subito al fenomeno migratorio in Svizzera, ma dal 1948 sempre più frequentemente si occupò della Svizzera e degli immigrati italiani. I toni erano per lo più elogiativi, esaltavano soprattutto le «virtù elvetiche», raramente accennavano a qualche episodio d’intolleranza o di discriminazione.
Sul finire degli anni Quaranta pubblicarono articoli e reportage sulla Svizzera il Corriere della Sera, il quotidiano del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani L’Umanità, L’Italia di Milano e altri.
Il 4.8.1949, il Corriere della Sera dedicava un articolo agli italiani che lavoravano nel Cantone Argovia, soprattutto nelle aziende della Brown Boveri e C. di Baden, intitolato: «Perfettamente ambientati i nostri operai in Svizzera». Di questi diceva: «Tra gli italiani abbondano i lombardi, i veneti, i toscani e, chissà perché, i napoletani. Guadagnano bene, molti vivono modestamente in baracche, comperano i giornali nostri e vanno a passare un po’ di tempo in stazione, luogo di ritrovo con libero accesso, dove tra l’altro c’è il passatempo di veder passare ogni tre minuti un treno…».
«La ragione per la quale gli italiani si trovano benissimo è che sono rispettati, trovano dovunque cortesia, fermezza, regolarità, comprensione». Del resto, osservava il giornalista, tutto sembra funzionare a dovere in questo Paese: le aziende («ove non si discute né si litiga perché tutti fanno il loro dovere e si comprendono secondo le attribuzioni e il grado gerarchico dal fattorino al direttore»), i ristoranti, gli ospedali («un modello di precisione e di pulizia»), le ferrovie, le poste, i telefoni, gli uffici pubblici. Insomma, «riuscirebbe difficile trovare un motivo di critica tanto più che qui la parola Arbeit è vita, è sollievo, e non un culto d’una gelida deità; anche nel lavoro v’è comprensione, umanità e nessuno esagera. Ecco perché gli italiani si trovano subito bene, apprezzano l’organizzazione di questa gente sempre rispettosa e che non vocia mai; e ognuno finisce per apprezzare i vantaggi d’una vita così calma, laboriosa e civile».
Dagli inizi degli anni Cinquanta, la stampa italiana non fu più unanime nel descrivere la situazione della Svizzera. Accanto a voci ancora ispirate all’ottimismo ce n’erano talune che lasciavano trasparire le difficoltà che incontravano molti emigrati italiani.
Giovanni Longu
Berna 5.8.09

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