9 giugno 2009

A quando un cambiamento della politica italiana?

Mentre scrivo sono noti solo i dati definitivi delle elezioni europee, ma non quelli delle amministrative italiane. A prescindere dai risultati credo che si possa sostenere che la campagna elettorale è stata – per quanto è possibile giudicare da chi osserva sommariamente le cose italiane dall’estero – di pessima qualità. Mi auguro che il popolo italiano provi un senso di ribellione alla maniera con cui è stato trattato.
E’ stato ricordato qualche settimana fa quanto aspra sia stata la contrapposizione tra monarchici e repubblicani per il referendum del 2 giugno 1946 e sono state evocate altre importanti votazioni, da cui sembrava dipendere il futuro dell’Italia. Ebbene, in tutte queste contese a dominare era sempre la passione politica per un ideale di buon governo, benché inteso in maniera diversa dai vari contendenti.
Questa campagna elettorale è stata invece combattuta all’insegna dell’antipolitica. La passione dei combattenti era solo viscerale e personale più simile a una voglia distruttrice (degli avversari) che al desiderio di mettere in campo soluzioni efficaci alle varie crisi che stanno mortificando l’Europa e l’Italia. E’ stata una campagna elettorale frustrante e disorientante.
Frustrante perché gli elettori si aspettavano indicazioni su un progetto politico per l’Europa dei prossimi anni e indicazioni su un progetto di amministrazione orientata alla soluzione dei problemi reali a livello comunale e provinciale. Invece è stata per gli uni (maggioranza governativa) una sorta di autocelebrazione e per gli altri (opposizioni) un vano tentativo a tutto campo di sgretolare il vasto sostegno popolare di cui godeva il principale avversario dopo le prove di efficienza dimostrate con la rimozione forzata della spazzatura in Campania, la gestione dell’emergenza terremoto in Abruzzo, il deciso contrasto alla malavita organizzata, il respingimento dei clandestini.
La campagna elettorale è stata anche fuorviante perché invece di focalizzarsi sui temi veri della politica, soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale, si è incentrata sul pettegolezzo, su presunte storie di amori proibiti, di amanti, di festini disinvolti e persino su presunte corruzioni, detrazione di fondi pubblici, macchinazioni sovversive ecc.
Invece di dire agli italiani quale progetto di Europa dovrebbero contribuire a realizzare gli eletti, i big della politica non hanno fatto altro che attaccarsi come iene affamate, dando l’impressione, in sostanza, di credere ben poco in un’Europa in grado di dare regole comuni ai cittadini europei e impartire direttive precise per combattere la crisi, affrontare nella stessa maniera il problema degli immigrati, stabilire politiche comuni in campo energetico, militare, culturale, assistenziale, ecc.
Se la partecipazione al voto è stata così bassa (non solo in Italia) non dev’essere addebitata tanto al popolo italiano disinteressato alle questioni europee, ma alla meschinità dei politici italiani che hanno consumato le loro energie a denigrarsi a vicenda e rivendicare solo per sé il «voto utile». Ma quelli che hanno votato, stando ai risultati delle elezioni europee, hanno dato un chiaro segnale soprattutto ai partiti maggiori, privandoli di quel consenso a cui aspiravano. Il loro modo di fare politica deve considerarsi insoddisfacente.
I pochi accenni alla crisi imperante in Italia (come altrove) sono stati assolutamente contradditori: per gli uni c’è e si vede con chiusure di aziende, disoccupati in aumento, precari abbandonati a sé stessi, gente che muore di fame, milioni di italiani che stentano ad arrivare alla fine del mese; per gli altri, invece, la crisi c’è, ma il peggio è passato, per i disoccupati ci sono gli ammortizzatori sociali, nessun precario è lasciato solo, nessuno muore di fame e tutti possono arrivare alla fine del mese grazie agli aiuti sociali. A chi credere? Probabilmente a nessuno.
La campagna elettorale ha pure dimostrato che in Italia c’è, oltre a una grave crisi occupazione e sociale, anche una grave crisi di credibilità nelle istituzioni e soprattutto nella «casta» dei politici. Lo ha dimostrato proprio nell’affrontare la crisi, anzi nel non affrontarla con interventi e strumenti adeguati. Non che in altri Paesi sia stata affrontata meglio e risolta: gli Stati Uniti, da dove si è propagata al mondo interno, sono ancora in mezzo al guado; i Paesi europei, Svizzera compresa, non stanno certo meglio dell’Italia e anch’essi si dibattono contro una disoccupazione in aumento, la produzione in calo, la diminuzione delle esportazioni, il costo della vita che aumenta.
L’Italia, tuttavia, avrebbe potuto far meglio se solo avesse voluto attingere all’enorme risparmio privato, una montagna di denaro affidato alle banche e che avrebbe potuto essere immesso nell’economia per evitare il rallentamento della produzione, incentivare i consumi, mantenere a livelli accettabili la disoccupazione. L’Italia avrebbe fatto certamente meglio se le principali forze politiche di centrodestra e di centrosinistra si fossero coalizzate, anche solo temporaneamente, per individuare e adottare le soluzioni più idonee non solo per uscire dalla crisi, ma per trasformarla in una grande opportunità.
I politici italiani hanno invece preferito logorarsi a vicenda. Per questo sono colpevoli, perché avrebbero potuto stimolare la produzione e i consumi, avrebbero potuto avviare le grandi opere, avrebbero potuto mantenere alta l’occupazione, magari lavorando meno, e tutelare meglio chi perde il lavoro, avrebbero potuto prelevare un supplemento d’imposta, magari per una durata limitata, dagli alti redditi per favorire quelli più bassi.
Il fatto che in Italia, a livello politico, si stia combattendo una guerra di logoramento continuo dovrebbe far aprire gli occhi a quanti ancora si ostinano a non vedere che occorre davvero metter mano a importanti riforme costituzionali, lasciando intatto l’equilibrio dei poteri, ma ammodernando decisamente la struttura dello Stato, a cominciare dal Parlamento e dal Governo, e precisando meglio i ruoli della maggioranza e dell’opposizione.
A lungo andare, se il cambiamento non interverrà già in questa legislatura, ne risentiranno non solo la politica, ma anche l’economia, la qualità della vita degli italiani, il prestigio dell’Italia nel mondo. Per dare una spintarella è auspicabile un’ampia presa di coscienza da parte degli italiani, compresi quelli che stanno all’estero, superando almeno al riguardo, quell’eccesso di partigianeria legata a ideologie tramontate.
Giovanni Longu
Berna, 8.6.2009

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