5 maggio 2009

Il Mito della Resistenza stenta ad affermarsi

Ogni Paese che si rispetti ha i suoi eroi e i suoi miti. La Svizzera, per esempio, ha il mito di Guglielmo Tell. Anche l’Italia non è da meno con il Risorgimento e la Resistenza.
I miti nazionali hanno una funzione importante perché servono a individuare l’«identità nazionale» e i suoi valori fondanti. Questa è la funzione anche del Mito della Resistenza per l’Italia di oggi e questo giustifica la sua celebrazione annuale.
Pur collocandosi in tempi non remoti, per la maggior parte degli italiani la nascita dell’Italia repubblicana appare ormai lontana dalla memoria individuale e comunque in un contesto dai contorni evanescenti e in cui i particolari diventano insignificanti. Sono le condizioni ideali per la formazione dei miti, che si alimentano per un verso dalla realtà storica e per l’altro dalla condivisione di aspirazioni e valori di tutto un popolo in quel momento o in quell’epoca.
Così è nato anche il Mito della Resistenza, in cui si fondono in maniera esemplare e inscindibile una verità storica e una verità ideale. La Resistenza è assurta a mito da quando le due componenti hanno perso per così dire le loro caratteristiche specifiche e hanno assunto una connotazione tipica dei miti, la «sacralità». «Il mito – scriveva lo storico Mircea Eliade - racconta una storia sacra», ossia una storia vera, resa esemplare per i valori e le motivazioni ideali che la sostanziano.
Se fino ad oggi la commemorazione della Resistenza non è mai stata una festa veramente «nazionale», ossia di tutti, lo si deve al fatto che le due componenti essenziali del mito (storia e significato) sono state considerate separatamente, privilegiando certi aspetti e dimenticandone altri. Non solo. Alcuni storici e alcuni politici hanno persino tentato di attribuire a una sola parte (politica) l’eroismo della Resistenza e il merito della Liberazione. Non avevano capito la funzione unificante del mito nella vita delle nazioni.
Qualsiasi celebrazione pubblica della Resistenza solo in termini di verità storica è contestabile, almeno in questo o quel punto, da parte di questo o quel gruppo perché è obiettivamente difficile se non impossibile indicare che cosa è stata davvero la Resistenza (non dimenticando lo strascico della guerra civile) e qual è stato effettivamente il suo contributo alla fine del nazifascismo in Italia. Le due questioni hanno un grande rilievo storico, ma le risposte non potranno mai essere unanimi, anche soltanto nel momento in cui si tenta di definire la stessa parola «Resistenza». Tentare poi di attribuire un «peso» specifico alle organizzazioni partigiane in termini di contributo effettivo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo diventa un’impresa ardua perché andrebbe messo a confronto col contributo effettivo dato dalle armate alleate soprattutto dopo lo sfondamento della Linea Gotica nella prima metà dell’aprile 1945.
Il Mito della Resistenza, invece, per la sua capacità di «sublimazione» della molteplice e controversa realtà storica e per la sua forte componente di «sacralità», che evoca verità indiscutibili, «principi fondamentali», e rende «eroi» tutti coloro che li praticano, non può che unire. L’aspirazione di un popolo a vivere in libertà, senza soprusi e malversazioni (questo è l’aspetto ideale della Resistenza) è anche oggi, come lo fu sul finire della Seconda mondiale, un potente collante per tenere insieme persone e gruppi disuniti su moltissimi aspetti concreti della convivenza sociale.
Va detto che a differenza di molti interpreti di parte della Resistenza, i costituzionalisti ne colsero pienamente il significato generale (e non partigiano), quando scrissero la Costituzione repubblicana. Si continua a dire, talvolta con una certa retorica come anche nelle celebrazioni degli scorsi giorni, che «la Costituzione è nata dalla Resistenza». L’espressione è corretta e pienamente giustificata se ci si riferisce non alla verità storica, ma al Mito della Resistenza, ossia al sistema di valori ch’esso evoca.
Basterebbe leggere i «Principi fondamentali» della Costituzione, o anche uno solo di essi, ad es. quello dell’articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Anche leggendo soltanto questo articolo ci si può rendere conto della stoltezza di aver tante volte in passato e sporadicamente anche di recente strumentalizzato la Resistenza.
Oggi che nel Mito della Resistenza i due elementi storico e ideale sembrano ricomporsi armoniosamente, è stato finalmente possibile per la maggioranza degli italiani ritrovarsi insieme senza difficoltà non solo per celebrare i valori fondamentali della nazione, ma anche per rinnovare l’impegno a combattere i moderni nemici del progresso civile che sono ancora le disuguaglianze, le ingiustizie, le discriminazioni, la povertà, il disimpegno, l’avidità, ecc.
Purtroppo, anche nelle celebrazioni di quest’anno, non sono mancati i tentativi di rompere la magia e la sacralità del Mito pretendendo distinzioni tra combattenti buoni e cattivi, tra partigiani e repubblichini, tra eroi della libertà e liberticidi e altro ancora. Per fortuna si è trattato di tentativi isolati di persone, anche se in vista, che probabilmente non si sono ancora rese ben conto che a sopravvivere è ormai solo il Mito della Resistenza, tradotto in quelle norme giuridiche dei «Principi fondamentali» della Costituzione in cui TUTTI gli italiani si riconoscono.
Giovanni Longu
Berna, 26.4.2009

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